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L’allenamento nel ciclismo cambia

Dedicato a tutti i nosri amici ciclisti. Ecco perché cambia l’allenamento nel ciclismo, Synergy Viss stimola il sistema neuromuscolare per migliorare la forza. Se non si chiama Synergy Viss non avrai i benefici di Human Tecar.

Riatletizzazione dello sportivo

Il nuovo concetto che ridefinisce l’ultima parte del percorso di recupero funzionale di un atleta dopo un infortunio. Il corpo riacquista in pochi minuti le sue naturali funzioni e la mantiene nel tempo. Lo sport di alto livello introduce la vibrazione
meccano-sonora nel recupero di equilibrio, forza e tono-trofismo muscolare. La metodologia interviene in modo efficace su molti aspetti: non solo preparazione fisica, non solo recupero da infortuni ma anche la possibilità di intervenire sulla biomeccanica per massimizzare la spinta ottimizzando il consumo di energia. Inoltre miglioramento della coordinazione, della forza, della resistenza e della flessibilità.

Riatletizzazione

FISIOTECNIK® CENTER ESTE Srl presenta Synergy Viss, versatile, facile da usare e possibile trattare contemporaneamente sino a 14 distretti muscolari bilaterali e 28 punti di trasduzione nel migliore comfort del paziente al quale non è richiesta alcuna partecipazione attiva durante la terapia. Gli effetti compaiono rapidamente dalla seconda-terza seduta consecutiva, e perdurano nel tempo, anche oltre sei mesi. Nell’atleta, per il mantenimento della massima performance, è consigliata una seduta al mese. Consente di ottenere in tempi brevissimi una straordinaria risposta del corpo, migliorando notevolmente le prestazioni.
Ma sentiamo Stefania che ce lo spiega in questo tutorial:

Alimentazione dello sportivo

Sport di durata, sport di potenza, sport misti. Quale alimentazione per migliorare le proprie prestazioni?

Le lesioni muscolari nella pratica sportiva

Le lesioni muscolari acute sono piuttosto frequenti in tutte le discipline sportive, avendo un’incidenza del 10-30% di tutti i traumi da sport. In particolare più spesso sono interessati i muscoli ischio-crurali, (i muscoli posteriori della coscia), degli arti inferiori, detti biarticolari in quanto si inseriscono sul bacino e sulla gamba, agendo di conseguenza sia sull’anca che sul ginocchio. Diversi fattori contribuiscono all’insorgenza di lesioni muscolari:

  • il muscolo è stato sottoposto ad una preparazione inadeguata o non è stato riscaldato sufficientemente nel pre-gara

  • il muscolo è indebolito da una precedente lesione non ben trattata o che ha causato esiti cicatriziali che ne hanno ridotto l’elasticità

  • il muscolo è stato affaticato eccessivamente da un iperallenamento

  • è presente un’eccessiva tensione muscolare, legata sia a fattori fisiologici che psicologici (significativo è il fatto che statisticamente si verificano più lesioni in gara che in allenamento)

  • l’elasticità del muscolo è ridotta da una temperatura eccessivamente bassa;

  • l’attrezzatura utilizzata non è stata scelta correttamente

Il danno muscolare può essere la conseguenza di un trauma:

  • diretto

  • indiretto

Nel primo caso l’agente che produce la lesione è esterno; tale trauma contusivo determina la lesione di un numero di fibre muscolari tanto maggiore quanto più forte è il trauma e quanto meno è contratto il muscolo al momento della contusione, (in condizioni di rilasciamento muscolare, l’intensità dell’onda pressoria che arriva al piano muscolare profondo ed al piano scheletrico è maggiore). Generalmente le più colpite sono le fibre muscolari profonde, adiacenti al piano osseo. Questo spiega il perché le contusioni muscolari vengano spesso sottostimate, in quanto la lesione è profonda ed il versamento ematico, (l’abbondante vascolarizzazione del muscolo scheletrico determina, in occasione di una lesione, la fuoriuscita di una certa quantità di sangue), non appare in superficie. I segni clinici sono: dolore nella sede dell’impatto, tumefazione locale seguita dopo qualche giorno da un’ecchimosi, che può arrivare fino ad un ematoma diffuso e conseguente limitazione funzionale.

La terapia, che dev’essere sempre prescritta da un medico specialista in fisiatria o in medicina sportiva o in ortopedia, ed eseguita da un fisioterapista, consisterà nel riposo immediato, ghiaccio e compressione locale; successivamente, dopo aver valutato ecograficamene l’entità della lesione, si seguirà la terapia delle lesioni muscolari indirette.

Più frequenti sono le lesioni muscolari da trauma indiretto: in questo caso è l’atleta stesso che provoca la lesione. Questa può essere causata da una contrazione troppo rapida del muscolo proveniente da una fase di completo rilasciamento, oppure da un iperallungamento (ad esempio un “calcio a vuoto”) o ancora da un sovraccarico di lavoro.

La classificazione delle lesioni muscolari viene fatta in relazione all’entità del danno anatomico; si distinguono:
– contrattura

– elongazione (stiramento)

– distrazione (strappo), di 1°, 2°, 3° grado

La contrattura

L’atleta che si procura una contrattura riesce solitamente a terminare la gara senza troppi fastidi. Il dolore compare dopo la partita o il giorno seguente. Non v’è una vera e propria lesione muscolare, ma un’alterazione del tono di tutto il muscolo o di una parte di esso come reazione ad uno stimolo troppo intenso e prolungato. La terapia è rappresentata da: calore, massaggi e stretching. La prognosi è di 4-7 giorni (rientro in gara).
Lo stiramento

L’elongazione provoca un dolore immediato e vivo ma generalmente non impedisce il proseguimento dell’attività; tuttavia il fastidio tende ad aumentare progressivamente. È molto importante smettere subito la gara o l’allenamento per evitare di procurarsi una distrazione muscolare. Nello stiramento, come nella contrattura, non v’è una lesione vera e propria delle fibre muscolari, ma un’alterazione marcata e localizzata del tono muscolare; in questo caso, all’interno del muscolo si può apprezzare un ben definito “cordone” doloroso, e anche il soggetto, a differenza della contrattura, sa individuare bene la zona dolorosa. La terapia consiste nel cosiddetto R.I.C.E., che in inglese, significa: rest (riposo), ice (ghiaccio), compression (compressione), elevation (elevazione); quindi l’arto va messo a riposo, raffreddato, trattato con un bendaggio compressivo (meglio ancora se con una pomata a base di escina, per ridurre l’edema e l’infiammazione) e sollevato, per ridurre l’edema; successivamente si praticheranno Ultrasuoni pulsati, TENS (correnti antalgiche) e Laser; in terza giornata si eseguirà un’ecografia per escludere la presenza di una lesione muscolare. Seguiranno (in caso di negatività dell’ecografia), massaggi, stretching e allenamento progressivo. Potranno essere usati anche farmaci antiinfiammatori e miorilassanti.La prognosi di uno stiramento è di circa 15 giorni (rientro in gara). Tuttavia nonostante la ripresa dell’attività, il paziente sarà sotto controllo medico ed eseguirà fisioterapia a giorni alterni ancora per una settimana circa.

La distrazione

Come abbiamo visto, le distrazioni si dividono in 1°, 2°, 3° grado in relazione all’entità della lesione muscolare: nel 1° grado la lesione comprende la rottura di meno del 5% delle fibre muscolari, nel 2° grado c’è la rottura sia di fibre che di fascicoli muscolari, mentre nel 3° grado la rottura del muscolo è totale o subtotale. L’ematoma è tanto maggiore quanto maggiore è il numero delle fibre muscolari interrotte. La distrazione è caratterizzata dall’insorgenza di un dolore acuto, trafittivo, che l’atleta sa individuare bene in un preciso punto del muscolo, (a differenza della contrattura e dello stiramento), e che gli impedisce di continuare l’attività. Più esteso è il danno muscolare, maggiore è la sintomatologia.
imagesObiettivamente il muscolo si presenta doloroso in toto (cioè globalmente), nelle lesioni di 1° grado, particolarmente dolente in un preciso punto nelle lesioni di 2° grado, dove frequentemente si presenta anche una tumefazione e un’ecchimosi, mentre caratteristicamente nelle lesioni di 3° grado, oltre al dolore e alla tumefazione, si apprezza un avvallamento (come uno “scalino”) nella sede della lesione, con perdita del tono del muscolo interessato. Poiché le fibre muscolari hanno scarso potere di rigenerazione, la riparazione avviene con formazione di tessuto cicatriziale, le cui proprietà elastiche risultano ovviamente inferiori a quelle del normale tessuto muscolare. Ciò significa che dopo una distrazione, non ci potrà mai essere una guarigione completa, nel senso di un ritorno alle condizioni anatomiche del muscolo precedenti l’infortunio. Nelle distrazioni muscolari è fondamentale un intervento tempestivo. Ogni minuto trascorso, infatti, può significare il ritardo di un giorno nella guarigione. Una volta avvertito il dolore muscolare, quindi, occorre rivolgersi immediatamente ad un medico specialista in fisiatria, o in medicina sportiva, o in ortopedia, che prescriverà un trattamento fisioterapico appropriato e, di concerto con il fisioterapista, comincerà la cura. Il R.I.C.E., dovrà essere iniziato più rapidamente possibile.

Lesione di 1° grado: dopo il R.I.C.E., effettuato immediatamente, nella prima giornata seguente l’infortunio l’atleta deve osservare riposo assoluto. Se la lesione, valutata ecograficamente, non è molto estesa, è possibile effettuare precocemente fisioterapia (dopo 48 ore), con Ultrasuoni, impacchi caldo-umidi, ecc. Inoltre si possono far assumere all’atleta farmaci antiinfiammatori e decontratturanti. La ripresa agonistica può avvenire dopo 20-30 giorni, attraverso esercizi di stretching (senza dolore), potenziamento muscolare progressivo e adeguato riscaldamento.

Lesione di 2°grado: dopo il R.I.C.E., effettuato immediatamente, il paziente deve osservare un periodo di riposo assoluto di 2-7 giorni, (dopo la compressione dell’arto leso, viene concessa la deambulazione con due bastoni canadesi, senza caricare sull’arto), necessario per favorire e accelerare la produzione di tessuto riparativo; d’altro canto, però, un’eccessiva immobilizzazione porterebbe ad una scarsa organizzazione strutturale delle fibre rigenerate e ad una eccessiva formazione di tessuto cicatriziale. La terapia medica con farmaci antiedemigeni e decontratturanti può iniziare immediatamente, così come la terapia fisica, con i campi magnetici (anche sul bendaggio); dopo 2-3 giorni si possono utilizzare Ionoforesi e Ultrasuoni a bassa frequenza, nonché Linfodrenaggio manuale; dopo 4-5 giorni Laser, termoterapia esogena e Ultrasuoni, ad intensità medio-alta; dopo 10-12 giorni si può iniziare un massaggio perilesionale, cioè sopra e sotto la lesione muscolare, per evitare di danneggiare il tessuto di riparazione; per trattare con il massaggio la regione interessata dal trauma occorrerà attendere almeno tre settimane. Dopo la prima settimana possono essere cominciati, parallelamente alla terapia suddetta, esercizi di stretching (questo, praticato sempre sotto la soglia del dolore, migliorerà anche la distribuzione del tessuto di riparazione, impedendo così il formarsi di ampie cicatrici del muscolo), e muscolari, dapprima isometrici (cioè senza movimento degli arti), quindi isotonici, con intensità progressiva. La ripresa agonistica potrà avvenire dopo 30-50 giorni.

Lesione di 3° grado: Se la lesione è molto estesa può rendersi necessaria un’immobilizzazione con doccia gessata (un sostegno, molto rigido da un lato e meno dall’altro), o tutore per 15-20 giorni. Il R.I.C.E. dev’essere immediato; nelle lesioni particolarmente importanti (rottura del ventre muscolare) può essere necessario l’intervento chirurgico di miorrafia (cioè di ricucitura del muscolo). Dopo un adeguato periodo di riposo assoluto può essere praticata la terapia delle lesioni di 2° grado. La ripresa dell’attività dev’essere estremamente cauta: talvolta la voluminosa cicatrice può essere fonte di dolore per lungo tempo. Va sottolineato che la prognosi delle lesioni muscolari di 3° grado è da considerarsi riservata, per quel che concerne il completo recupero agonistico, anche nei casi i cui venga instaurato un corretto trattamento terapeutico; molto alto, infatti, è il rischio di recidive.

Ciclismo: la posizione migliore

Posizione bassa della piega o alta e lunga; qual è la migliore in termini di aerodinamica e di biomeccanica? Negli ultimi anni, in riferimento alla posizione della piega manubrio, abbiamo assistito a un modo di agire alquanto contraddittorio. Da una parte, si è sposata la tesi che il ciclista è aerodinamicamente efficiente ed esteticamente bello allorquando il manubrio viene posizionato molto in basso rispetto alla sella (vedi il professionista Michele Bartoli). Da un’altra parte, abbiamo visto il diffondersi delle appendici sul manubrio, prolunghe che simulano la posizione alta e lunga della pista, delle crono e delle frazioni del triathlon. Ma qual è la migliore posizione aerodinamica, quella bassa di manubrio o quella alta e lunga? E ancora, delle due, quale soddisfa maggiormente le esigenze di comodità e di ripartizione del peso e di lavoro biomeccanico?

Sovraccarico sulla schiena
Sulla base dell’esperienza fatta negli ultimi dieci anni in campo biomeccanico da parte di chi scrive, si è assistito a una graduale ma costante crescita delle problematiche da sovraccarico della parte alta della schiena del tratto cervicale e delle braccia, in coincidenza con la diffusione sul mercato degli attacchi manubrio AheadSet, questa tendenza ha poi subito un’impennata esponenziale. Questo tipo di attacco, infatti, ineccepibile da un punto di vista tecnico e tecnologico viene montato direttamente sulla forcella che, una volta tagliata, non permette alcuna regolazione verso l’alto se non attraverso il montaggio “a rovescio”, con l’attacco che passa da posizione orizzontale a posizione inclinata basso verso alto. Il risultato, in termini di posizione, è stato quello di un aumento dello scarto sella-attacco medio adottato dai ciclisti e ciò anche al fine di soddisfare un canone, molto diffuso, di bellezza estetica della bici, che esige il manubrio molto più in basso rispetto alla sella. Lo svantaggio più importante di un elevato scarto fra sella e manubrio è proprio quello di un sovraccarico funzionale elevato a carico della muscolatura dorsale alta (trapezio, romboidi e paravertebrali) e a carico del tratto cervicale, costretto a una ipertensione al fine di garantire l’orizzontalità dello sguardo. In funzione dell’entità dello scarto sella-manubrio e delle capacità personali di tenuta, queste tensioni e questi dolori possono manifestarsi già dopo la prima ora di pedalata.

Le modulazioni
Una spiegazione del perché possano insorgere queste tensioni può essere ottenuta osservando la posizione del ciclista la cui bicicletta presenta il manubrio basso. Le braccia risultano tese, in appoggio sul manubrio, quasi a “puntellare” la caduta del tronco. La posizione di appoggio, e non di presa (come dovrebbe essere), è quasi esclusivamente sulla parte superiore della piega manubrio, corna o parte orizzontale, e solo raramente e con una certa difficoltà il ciclista riesce a tenere le mani nella posizione bassa. Non essendo la bicicletta da strada ammortizzata anteriormente, tutte le vibrazioni e i sussulti provenienti dal terreno vengono trasmessi in modo diretto alla parte dorsale alta, costringendo i muscoli di quella zona a un iperlavoro di tenuta.
La posizione eccessivamente bassa rispetto al manubrio è la stessa responsabile del dolore alla zona cervicale. In questo caso si verifica un iperlavoro dei muscoli estensori del capo, impegnati a mantenere esteso il capo al fine di garantire la visione orizzontale del ciclista. Una simile posizione, protratta per alcune ore,porta a una intossicazione locale della muscolatura cervicale responsabile, nel tempo, della perdita di elasticità dei tessuti di quella zona. Ora, come si può intuire, una posizione più alta della piega manubrio ed eventualmente più lunga, da adottasi in queste situazioni, è in grado di ridurre o di risolvere questo tipo di problema. Infatti, le braccia risultano più oblique verso avanti e leggermente flesse a livello del gomito, ciò permette di ammortizzare le vibrazioni e i contraccolpi provenienti dal terreno e di trasmetterli in modo meno diretto alla zona dorsale alta. Le mani sono in presa e non in appoggio sul manubrio, e la presa risulta comoda in tutte le posizioni. Anche il tratto cervicale trova giovamento da una tale posizione, in quanto il capo è già alto e l’ipertensione del collo è decisamente minore.

Regolazione.
Per concludere valori di distanza sella-manubrio e scarto sella-manubrio sono valori estremamente personali e personalizzabili in seguito a verifiche in funzione di diverse variabili. Esse sono un compromesso Delle diverse variabili messe in gioco: confort, efficienza biomeccanica ed aerodinamica, bilanciamento e guidabilità del mezzo. La posizione della piega manubrio rispetto alla sella deve essere tale da permettere di mantenere le mani comodamente nella curva della piega manubrio con gomiti leggermente piegati, in questo modo si ottengono i seguenti vantaggi: Aerodinamicaassorbimento delle tensioni che provengono dall’asfalto, da parte delle braccia che fungono da ammortizzatori, maggiore prontezza e sicurezza nel controllo della guida e nel cambio dei rapporti migliore risposta aerodinamica alle situazioni di gara grazie alla maggiore escursione in piegamento dei gomiti (la posizione aerodinamica ottimale, infatti, soprattutto tra gli amatori, non sempre è consentita, a causa della scarsa flessibilità del tratto lombare). Una posizione non ottimale in presenza di situazioni particolari (sforzi) o una regolazione estrema rispetto alle necessità anatomiche del ciclista, possono determinare l’insorgere di problemi da sovraccarico funzionale. Con una regolazione non adeguata dell’altezza della sella si possono verificare alcune problematiche da sovraccarico…

Sella troppo alta
In questa situazione,nella prima parte della spinta la gamba riesce a imprimere una buona potenza sui pedali, ma nell’ultima fase la spinta non è efficace, si ha un grande rallentamento del punto morto inferiore. La sella alta costringe la gamba a una maggiore distensione e a una conseguente oscillazione del bacino nella fase finale della spinta. Tale situazione può apportare alla schiena sollecitazioni tali da causare mal di schiena.
Sella troppo bassa
Questa situazione rende difficoltoso il superamento del punto morto superiore; il rallentamento nella rotazione del pedale che ne consegue e la condizione non ottimale del ginocchio e dei muscoli estensori determinano una fase inizia le di spinta limitata e una grande dispersione di energia. Nella fase finale il notevole piegamento del ginocchio nella fase della spinta è una condizione negativa e di alto rischio di usura delle cartilagini di questa articolazione. Inoltre il maggiore impegno degli adduttori nello stabilizzare la posizione del ginocchio durante la dinamica della pedalata può condurre, in alcuni casi, a dolori pubalgici.
Sella troppo arretrata
La posizione della gamba, in questo caso, determina un maggiore impegno muscolare del comparto posteriore, con minore coinvolgimento del quadricipite femorale che, quindi, non viene sfruttato al meglio delle sue potenzialità .Per quanto riguarda la fase di recupero, la maggiore distanza (in proiezione) dell’articolazione dell’anca dal pedale determina una maggiore resistenza nella risalita del pedale. Una sella troppo arretrata mettendo in sovraccarico la muscolatura posteriore, può condurre ad uno stress a livello delle inserzioni al ginocchio del bicipite femorale (laterale) e degli altri muscoli e tendini posteriori del ginocchio (interno o mediale).
Sella poco arretrata
Una sella poco arretrata (ginocchio molto in avanti) determina un aumento dell’impegno del quadricipite femorale con una limitazione della sinergia dì intervento nella spinta dei muscoli anteriori e posteriori della coscia.

Da tutto ciò si deduce che la posizione del ciclista sulla bici l’altezza della sella il buon allineamento anca-ginocchio-caviglia, sono i parametri più importanti da seguire per la prevenzione dei disturbi a carico del ginocchio. Una posizione troppo bassa della sella accentua i movimenti laterali del ginocchio quando si pedala, in particolare nella fase di passaggio e determina anche un maggior impegno dei muscoli adduttori (interno della coscia) e abduttori (esterno della coscia) nello stabilizzare la posizione del ginocchio in questa fase. La sella alta determina un minore piegamento del ginocchio, quindi riduce gli spostamenti laterali nei primi i 80° gradi di pedalata, però va a scapito di una maggiore oscillazione del bacino, che può predisporre a tensioni nella parte bassa della schiena.

Patologie nella pratica del ciclismo

Le tendiniti rotulee. Si chiamano così l’insieme dei fenomeni dolorosi che interessano il tendine rotuleo. Sul tendine rotuleo nella corsa a piedi si esercita una trazione di 700 kg ad ogni falcata che arriva fino a 1200 kg in situazioni particolari di sforzo. Nel ciclista questo tendine è sollecitato in modo particolare, in media 150 colpi di pedale al km, 30.000 per la lunghezza media di una tappa del Giro d’Italia. Il più delle volte assistiamo a tendiniti di inserzione, cioè all’inserzione del tendine sull’osso.
Tendinite del rotuleoTale inserzione è sede di microrotture che non hanno Il tempo di cicatrizzarsi per causa della sollecitazione continua ed eccessiva. Queste rotture microscopiche, sono all’origine di cisti e di noduli talvolta voluminosi, che provocano un disagio doloroso, di apparizione talvolta progressiva talvolta brutale, che sopravviene in seguito ad una gara o allenamento. Il dolore risiede in corrispondenza del tendine rotuleo e può diventare intenso in caso di flessione sulle gambe, che talvolta risulta impossibile.

Tendinite della zampa d’ocaSulla faccia interna dell’estremità superiore della tibia (parte interna del ginocchio per intenderci), si inseriscono tre muscoli (sartorio, semitendinoso e gracile interno) che costituiscono il gruppo muscolare della zampa d’oca. Questi muscoli terminano con una lamina tendinea che scivola sulla fZampa d'ocaaccia interna dell’estremità superiore della tibia, per una distanza da 6 a 10 cm prima di inserirsi. Tra la lamina tendinea e la tibia esiste una borsa sierosa (detta enserina) di scivolamento molto
importante, perché permette ai tendini di scivolare sull’osso senza provocare attrito. Questo gruppo muscolare ha due funzioni, quella di flettere il ginocchio e quella di favorire la rotazione interna della tibia sul femore. Una infiammazione può sopravvenire quando questa borsa sierosa è troppo sollecitata, a causa della cattiva posizione del piede sul pedale oppure perché i muscoli restano contratti, invece di rilassarsi. Essi funzionano, in effetti come antagonisti del quadricipite. In questo caso compare un dolore che aumenta se si continua a pedalare. Si instaura così un circolo vizioso, favorendo l’intervento di una tendinoborsite. Una buna risoluzione si ottiene con l’uso di Tecarterapia, Scenar, Ultrasuoni, Hilterapia.

Lombalgie, Lombosciatalgie e Lombocruralgie. Si tratta di sindromi dolorose di frequentissima osservazione.  Sono causate spesso, ma non esclusivamente, da alterazioni discali del rachide lombare.
Si ha lombalgia quando la sintomatologia è limitata alla regione lombare. Essa è espressione clinica di un qualsiasi processo che colpisce le strutture osteofibrose del rachide lombare senza determinare alcun risentimento sulle radici spinali corrispondenti.
Si ha lombosciatalgia o lombocruralgia quando la sintomatologia si estende ad interessare anche l’arto inferiore, rispettivamente nel territorio del nervo sciatico o del nervo crurale. Tutti e due i quadri cimici sono espressione di una sofferenza radicolare, sia essa dovuta come più spesso accade ad una particolare alterazione del disco, che prende il nome di ” ernia discale “, oppure ad uno dei molti altri fattori che pure possono determinarla.

La lombalgia è la sindrome lombare di più frequente osservazione. Colpisce specialmente l’età adulta, il sesso femminile e quelle professioni (es. autisti) che espongono le articolazioni a maggiore usura.
Obiettivamente si riscontra con varia intensità:

  • dolore spontaneo, localizzato al rachide lombare, con accentuazione alla pressione locale ed ai tentativi di mobilizzazione del tronco
  • contrattura delle masse muscolari paravertebrali, con secondario atteggiamento antalgico del rachide lombare in lieve flessione anteriore o laterale
  • rigidità del tronco, ben evidenziabile nei tentativi di flettere anteriormente il rachide.

Dal punto di vista fisiopatologico il dolore è espressione clinica della irritazione e compressione delle fibre nervose, del legamento longitudinale posteriore, del periostio che ricopre i corpi vertebrali e le strutture ossee dell’ arco posteriore delle vertebre, delle formazioni capsulolegamentose delle articolazioni apofisarie etc. Da tutti questi diversi punti di attacco può partire lo stimolo scatenante la sindrome lombalgica.
Essa in rapporto ai caratteri di insorgenza e di intensità,si distingue in acuta o cronica. La Lombalgia acuta si instaura improvvisamente, spesso senza causa apparente. I meccanismi che più frequentemente la provocano sono almeno due: distensione acuta dell’anulus e distorsione delle artico1azioni interapofisarie.
Nella prima evenienza il dolore sembra determinato dalla irritazione delle terminazioni sensitive delle fibre dell’anulus e del legamento longitudinale posteriore messe in sovratensione dalla spinta esercitata dal nucleo, in occasione di uno sforzo banale. In genere col riposo si riduce la pressione esercitata dal nucleo Lombalgiapolposo, sull’anulus, per cui questo riassume la primitiva morfologia. Nella seconda evenienza (meno frequente) il dolore sembra determinato dalla distrazione o da piccole lacerazioni della capsula che riveste queste articolazioni e che possono verificarsi nel corso di incongrui movimenti del tronco. 
Dolore e contrattura sono molto intensi; diventano spesso intollerabili ai minimi movimenti, con lo starnuto, con la tosse, etc. All’esame radiografico si riscontra spesso riduzione della normale lordosi e/o deviazione laterale del rachide lombare (da contrattura muscolare). La sindrome si risolve in genere entro pochi giorni con riposo e miorilassanti. Talvolta invece passa gradualmente nel quadro clinico della lombosciatalgia, oppure sfuma nella forma cronica. La giuntura fra il tronco e il bacino, nello sport ciclistico, è sottoposta in permanenza a grossi, sforzi. Bisogna sapere che la cerniera lombosacrale è abitualmente nell’uomo una zona piuttosto fragile. Per un ciclista, questa zona è sottoposta a due tipi di sollecitazioni:

  • la reazione del suolo, moltiplicata per la velocità, aumenta in particolare i carichi esercitati sui dischi L5-S I e L4-L5
  • la contrazione disordinata o anormale dei muscoli paravertebrali

Quando la pedalata non è fluida e regolare, il ciclista sollecita eccessiva mente i muscoli lombosacrali, che sono allora la fonte di carichi anormali sulla cerniera lombosacrale. Così si spiega l’apparizione di lombalgie, talora aggravate da una sciatalgia. Noi pensiamo che uno stile fluido, che metta il meno possibile in tensione muscoli paravertebrali, sia della massima importanza per il corridore ciclista Il modo in cui si poggiano le braccia sul manubrio è fondamentale. Comunque, la distanza fra sella e manubrio deve essere rigorosamente adattata alla morfologia di ciascun ciclista. L’insieme di queste precauzioni può evitare, o almeno diminuire, l’importanza e la frequenza delle lombalgie. Se queste sopravvengono nonostante le misure suggerite, si impone un esame completo della colonna vertebrale. La cura delle lombalgie e delle lombosciatalgie si rivela talvolta lunga e difficile. In primo luogo, l’esame radiologico cercherà un’eventuale anomalia vertebrale. La contrattura muscolare è il riflesso di ogni piccola irregolarità, acuta o cronica, dell’apparato locomotore. Essa corrisponde a una reazione dolorosa del muscolo, provocata da una piccola o grande irregolarità articolare, ossea, radicolare, legamentosa, capsulare o tendinea. L’effetto di questa contrattura è la diminuzione dell’attività fondamentale del soggetto, sia perché la contrattura si oppone al movimento, sia perché essa è dolorosa. Come nel capitolo delle tendiniti, bisogna avere sempre presente il “circolo vizioso” e sapere come agire. L’azione sarà differente se l’affezione proviene da un ‘irregolarità meccanica minore oppure da una reazione infiammatoria riflessa puramente muscolare, legamentosa o capsulare. Se il problema è meccanico, si agisce in un primo tempo con la manipolazione, allo scopo di riequilibrare il segmento leso e recuperare la mobilità e, in un secondo tempo, mediante trazioni vertebrali associate a massaggi, alla fangoterapia o alla fisioterapia. Incomincia quindi la rieducazione, che può essere miotonica, isometrica o propriocettiva. Si può cosi ricercare un miglioramento della statica mediante esercizi di autoallungamento e di mobilizzazione segmentale. Dopo un esame clinico e radiologico, si può ricorrere all’uso di suole di equilibrio e di correzione. Se si tratta di un problema infiammatorio, bisogna agire direttamente su questa causa con elettroterapia, fangoterapia, massaggi e trazioni, per poi passare a una rieducazione ben programmata, quando si è ottenuto il miglioramento. Nei due casi, secondo l’entità del dolore, si completa la cura con il riposo e un trattamento medico adatto, che comprenderà antinfiammatori, analgesici e miorilassanti. Anche le infiltrazioni locali sono talvolta efficaci. In caso di mancato miglioramento con le terapie sopra accennate, si può tentare l’uso momentaneo di un busto. Nel caso che alla lombalgia si associano dolori agli arti inferiori, si può ipotizzare l’esistenza di un’ernia del disco, in questo caso la cura è più complessa. Le manipolazioni associate al trattamento antinfiammatorio sopra citato possono non essere sufficienti, nel quel caso la soluzione chirurgica deve essere presa in considerazione e può addirittura rivelarsi necessaria.

Strappi dei muscoli posteriori della coscia. I muscoli posteriori della coscia sono muscoli potenti che nascono sull’ischio e terminano al ginocchio. Essi servono a estendere l’anca e a flettere il ginocchio. In principio, quando questi muscoli si contraggono, il quadricipite deve rilassarsi. Il movimento di contrazione è essenziale per il ciclista. Se questi due gruppi muscolari si contraggono contemporaneamente per una qualunque ragione, il quadricipite, che è un muscolo molto più potente, provoca uno stiramento brutale degli antagonisti, con rischio di strappo di uno o più gruppi di fibre muscolari. Quando si verifica questo strappo, di solito lo sforzo non viene immediatamente interrotto. E solo quattro o sei ore dopo che arriva il dolore. Negli stiramenti più gravi, il dolore può sorgere più precocemente, e dopo una mezz’ora la pedalataBicipite diventa completamente impossibile. La cura dello strappo dei muscoli in questione consiste soprattutto nel riposo. Negli stiramenti leggeri, la sintomatologia si attenua rapidamente e sparisce entro dieci o quindici giorni. Per contro, negli stiramenti forti, il dolore può prolungarsi molto e persistere molte settimane, per non dire mesi. In ogni caso, la ripresa dell’attività sportiva deve essere lenta e graduale. Se il dolore ricompare, bisogna saper diminuire o anche interrompere di nuovo l’allenamento. E’ opportuno l’uso di apparecchiature strumentali per terapie fisiche e adeguate manualità fisioterapiche per la riduzione dello stato di contrattura conseguente e la facilitazione del riassorbimento del versamento.

Dinamiche nel Ciclismo

Il ginocchio costituisce il fulcro della dinamica della pedalata e può diventare, per molti ciclisti, una fonte di problemi talvolta anche di difficile soluzione.
A parte le anomalie congenite, possiamo trovarci di fronte a vizi di posturali, tendinopatie da sovraccarico traumi diretti o secondari, artrosi, malattie infiammatorie acute della capsula e della cartilagine articolare.
Il ginocchio è la più grande articolazione del corpo umano. È una articolazione complessa, costituita da due distinte articolazioni aventi in comune la cavità articolare e la membrana sinoviale. La prima articolazione è la giunzione femorotibiale, che si realizza tra i condili femorali e le corrispondenti superfici tibilali, la congruità dei capi articolari è assicurata dai due menischi laterale e mediale. L’altra articolazione è la giunzione femororotulea, tra il femore e la superficie interna della rotula. Il perone non entra a far parte dell’articolazione del ginocchio.
Tutto questo complesso articolare è stabilizzato dalla capsula articolare, dai due legamenti collaterali (mediale e laterale), dal legamento rotuleo e dai due legamenti crociati anteriore e posteriore.
L’articolazione è avvolta da una specie di manicotto detto capsula articolare costituita da una sottile membrana fibrosa, rinforzata dalla fascia lata dai tendini dei muscoli adduttori e dai legamenti collaterali ,laterale e medicale, che consentono la massima stabilità. Posteriormente, extracapsulari,  i due legamenti crociati, detti così perché sono disposti a x, impediscono i movimenti anteriori e posteriori della tibia sul femore. L’interno della capsula articolare è rivestito dalla membrana sinoviale, che introflettendosi tra i vari recessi articolari, costituisce le cosiddette “borse”; le più note sono: la borsa rotulea, sovra-rotulea,prerotulea, le 2 piccole borse infrarotulee e la borsa della zampa d’oca o “anserina”, che si trova fra il legamento collaterale mediale ed i tendini dei muscoli sartorio, gracile e semitendinoso.
DinamicheIl legamento rotuleo non è altro che il prolungamento del tendine del muscolo quadricipite esteso dalla rotula fino alla tuberosità tibiale. Al disotto del legamento esiste un cuscinetto adiposo detto corpo di Hoffa che impedisce gli attriti tra il legamento stesso e la cresta tibiale. Con funzione di ammortizzatori i due menischi si collocano tra femore e tibia dentro la capsula articolare. Essi sono dischi di forma semicircolare di struttura fibrocartilaginea con il margine esterno più spesso adeso alla capsula articolare, mentre il margine interno è più sottile e libero. L’articolazione del ginocchio consente movimenti di flesso\stensione, a 90° di rotazioni e ha un compito fondamentale di tipo statico.
Di solito nella riabilitazione post chirurgica e nelle varie patologie può essere usata la bicicletta o la cyclette perché l’esercizio si effettua in scarico gravita rio, per cui il peso del corpo non grava sull’articolazione durante la pedalata, che deve sopportare solamente la carica di spinta indotta dalla forza degli arti inferiori secondo il rapporto usato.

Le patologie a carico del Ginocchio possono invece essere causate da un uso incongruo:per intensità e soprattutto per posizione del ciclista sulla bici:

  • Malformazioni congenite
  • Traumi
  • Tendinite ed entesiti da sovraccarico
  • Artrosi e patologie degenerative

Quando si osserva un ciclista produrre uno sforzo, il ginocchio sembra funzionare come l’articolazione di un sistema biella-manovella. Tuttavia il ginocchio non funziona solo sul piano di flessoestensione. Esiste un secondo settore di micromobilità, causato dall’asimmetria dei due condili femorali, che provoca automaticamente la rotazione della tibia in rapporto al femore, ad ogni movimento di flesso ed estensione. Ci sono due possibilità di tale movimento:
– quando l’arto inferiore non riposa sul suolo, la tibia ruota rispetto al femore
– quando l’arto è in appoggio, il che impedisce alla tibia di ruotare, il femore allora ruota rispetto alla tibia

Il primo caso è quello che succede al ciclista, il cui piede è bloccato sul pedale, ad ogni pedalata si assite ad una flesso\estensione che provoca una leggera rotazione di tibia. Un cattivo orientamento del piede, che contrasta con questa rotazione, sarà evidentemente causa di sovraccarichi articolari e soprattutto periarticolari. Per correggere simile vizio i muscoli della zampa d’oca, in particolare, ma anche il bicipite e la “fascia lata” vengono sottoposti ad enormi tensioni.
Alcune cifre dimostrano l’importanza dei carichi che si esercitano sul ginocchio e principalmente sula Rotula.
Per una flessione della gamba a 130° la pressione che si esercita sulla rotula è di 260 kg.
Per una flessione della gamba a 145° la pressione che si esercita sulla rotula è di 420 kg.
Se si carica il piede di 20 kg., la pressione sulla rotula è di 400 kg. quando la gamba si flette a 45° e può arrivare a 900 kg. quando la flessione è a 90°.
La rotula è un osso intermedio tra il quadricipite (muscolo molto potente nel ciclista), e il tendine rotuleo, che e’ molto solido e si inserisce sulla tuberosità tibiale anteriore. La rotula presenta due faccette concave che si articolano con la troclea femorale. La troclea femorale è formata da due faccette anch’essa, che sono esattamente di fronte a ciascuna delle faccette rotulee.
La faccetta laterale della troclea è più sporgente e il suo ruolo è capitale. La rotula spostandosi sulla troclea come su di un binario ed è sottoposta a due forze:
– la forza esercitata dal quadricipite femorale
– la forza data  dalla reazione del tendine rotuleo
Poiché queste forze non sono il prolungamento l’una dell’altra, esiste una forza risultante che tende a far fuoriuscire la rotula dal suo binario trocleare.
Ciò non avviene per diverse ragioni:
1° una robusta cresta rotulea interna trattiene la rotula
2° le fibre interne del quadricipite sono pure molto solide
3° la faccetta esterna della troclea serve da paraurti alla rotula
Due sono le conclusioni da ricordare:
– gli enormi carichi subiti dalla rotula sono ben assorbiti da una cartilagine molto smessa
– la più piccola contusione o aggressione di questa cartilagine si traduce in dolore. Poiché l’equilibrio della rotula e’ continuamente minacciato, esiste un rischio sublussazione della rotula, e gli sforzi anormali che intervengono in questo caso producono dolore.
In entrambi i casi si manifesta una sindrome femoropatellare dolorosa, che è molto difficile da controllare e lo stop diventa obbligato.